Morte di Cicerone: 7 dicembre 43 a.C.

Alla fine di ottobre del 43 a.C. Antonio, Lepido e Ottaviano si incontrarono in un’isoletta sul Reno, a nord di Bologna, dove siglarono un accordo di spartizione del potere, noto come secondo triumvirato, garantendosi reciproco sostegno. L’accordo prevedeva la soppressione di tutti coloro che potevano essere di ostacolo al programma del triumvirato. Venne stilata una lista di persone da eliminare, al cui primo posto figurava il nome di Marco Tullio Cicerone. Pare che Ottaviano cercò per due giorni di convincere gli altri triumviri a risparmiare l’anziano oratore, con cui intratteneva ottimi rapporti, ma non ci fu nulla da fare. Di fronte al fatto che Antonio aveva inserito nelle liste di proscrizione Lucio Cesare, suo zio per parte di madre, e Lepido addirittura il fratello Lucio Paullo, Ottaviano non poté far altro che abbandonare Cicerone al suo destino.

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Busto di Cicerone, Musei Capitolini, Roma

Mentre i triumviri stavano tornando a Roma, Cicerone si trovava a Tuscolo in compagnia di suo fratello Quinto e del nipote. Quando i due fratelli ebbero notizia dell’accordo tra Ottaviano, Antonio e Lepido, compresero di essere in grave pericolo, tanto più che Quinto Pedio, il collega di Ottaviano nel consolato, aveva fatto pubblicare una lista dei primi diciassette proscritti. Cicerone decise allora di dirigersi alla sua villa di Astura, che era sulla riva del mare, da dove si sarebbe potuto imbarcare per l’oriente e raggiungere Bruto e Cassio in Macedonia. Quinto però ritenne prima opportuno recarsi col suo omonimo figlio ad Arpino per fare i bagagli e procurarsi il denaro necessario al lungo viaggio. I due fratelli non si sarebbero più rivisti; pochi giorni dopo, Quinto e il figlio furono traditi dai servi e assassinati lungo la strada.

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Raggiunta Astura, dopo molte indecisioni Cicerone si imbarcò per Gaeta, dove aveva un’altro podere, in cui si recava d’estate. Appena la sua imbarcazione toccò la riva, dal tempio di Apollo, che si trovava nei pressi, uno stuolo di corvi sacri al dio, si alzò in volo per fermarsi sul pennone della barca e gracchiare furiosamente ¹. Tutti interpretarono il fatto come un sinistro presagio. Cicerone trascorse la notte a Gaeta, in preda allo sconforto; soprattutto non si capacitava di essere stato abbandonato da Ottaviano, verso il quale aveva nutrito molte speranze. L’indomani, nel tentativo di salvargli la vita, i servi lo fecero salire a forza su una lettiga, per portarlo ancora una volta verso il mare e farlo partire. Subito dopo, i sicari di Antonio giunsero alla villa chiedendo notizie dell’oratore. Un liberto di Quinto, di nome Filologo, li indirizzò verso il sentiero preso da Cicerone. I soldati erano guidati da un centurione di nome Erennio e da Popilio Lenate, un tribuno che Cicerone aveva anni prima difeso con successo da un’accusa di parricidio. Fu Erennio a raggiungere la lettiga per primo; quando Cicerone lo vide, diede ordine ai servi di fermarsi, quindi, aprì le tende e sporse la testa, guardando fisso il volto del centurione. Mentre tutti distoglievano lo sguardo, impietositi dalla rassegnazione di Cicerone, Erennio gli inflisse un colpo mortale al collo; poi, seguendo gli ordini di Antonio, gli tagliò la testa e le mani, che furono inviate a Roma per essere esposte sui rostri. Era il 7 dicembre del 43 a.C. ².

Tancredi Scarpelli - The death of Cicero - (MeisterDrucke-38109)

Prima di essere esposta sui rostri, la testa mozzata di Cicerone fu portata alla moglie di Antonio, Fulvia, che la prese tra le mani, le sputò sopra con sdegno e se la pose sulle ginocchia; poi, aprì la bocca, strappò la lingua che aveva parlato contro il marito e la trafisse con lo spillone che usava per raccogliere i capelli. Pare che Antonio, in seguito, per spirito di giustizia, avesse consegnato il traditore Filologo a Pomponia, la moglie di Quinto, e che questa, avutolo nelle sue mani, lo abbia ucciso tra atroci supplizi.

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Fulvia con la testa di Cicerone (1871), olio su tela di Pavel Svedomsky (1849-1904)

A riprova del fatto che l’assassinio di Cicerone fu voluto solo da Antonio, si ricorda che dopo la definitiva vittoria su Marco Antonio, Ottaviano scelse come collega nel consolato Marco, il figlio di Cicerone; furono abbattute le statue di Antonio, furono annullati gli onori che gli erano stati conferiti e fu decretato che, in futuro, nessuno degli Antonii avrebbe potuto avere il nome di Marco ⁴.

Parecchi anni dopo, entrando in camera di un suo nipote, Augusto lo trovò intento a leggere un libro di Cicerone. Il ragazzo, temendo di aver suscitato le ire dello zio, si coprì il volto con le mani. Augusto prese il libro e lo sfogliò a lungo, stando in piedi; poi lo restituì al nipote, dicendo:

Era un saggio, ragazzo mio, un saggio; e amava la patria” ⁵.

In chiusura dell’articolo, riportiamo un lungo e splendido frammento di Tito Livio tratto dal perduto libro CXX dell’Ab urbe condita di Livio, conservatoci in una suasoria di Seneca il Vecchio e che, oltre al racconto della morte di Cicerone, contiene anche un lucido giudizio sulla sua persona.

“Cicerone, nell’imminenza dell’arrivo dei triumviri, s’era allontanato da Roma, ritenendo per certo – come in realtà era – di non poter sfuggire alla vendetta di Antonio più di quanto Cassio e Bruto avrebbero potuto sfuggire a quella di Cesare (Ottaviano). Dapprima si rifugiò nella sua villa di Tuscolo, di lì si diresse, per vie secondarie e traverse, in quella di Formia, con l’intenzione di salpare da Gaeta. Ma dopo essersi più volte spinto di lì in alto mare, poiché ora i venti contrari lo risospingevano a riva, ora lo sconvolgeva il rullio della nave sbattuta dai marosi, fu preso dal disgusto della fuga e della vita stessa: rientrato nella villa che guarda dall’alto il mare e ne dista poco più di un miglio: «Morrò – disse – nella patria tante volte salvata». È risaputo che gli schiavi eran pronti a battersi strenuamente e fedelmente per lui; ma egli ordinò loro di porre a terra la lettiga e di tollerare senza ribellarsi ciò che la sorte avversa imponeva. Mentre si sporgeva dalla lettiga e tendeva il collo senza un fremito, gli fu recisa la testa. Né ciò fu abbastanza per la stolta ferocia dei soldati: gli tagliarono anche le mani, facendo loro carico d’aver scritto contro Antonio. Poi la testa fu recata ad Antonio e per ordine suo fu esposta, in mezzo alle due mani, sui rostri, là dove egli, parlando e da console e da consolare e in quell’anno stesso contro Antonio, aveva suscitato negli ascoltatori tanta ammirazione quanta nessun’altra voce umana mai. A stento, sollevando gli occhi annebbiati dalle lacrime, gli uomini potevan reggere la vista di quelle membra mutilate. Visse sessantatré anni, sì che, se si fosse spento per esaurimento naturale, non potremmo neanche giudicar prematura la sua morte; il suo ingegno fu fecondo di opere, che gli procurarono adeguata rinomanza; godette a lungo di prospera fortuna, e bersagliato ogni tanto, pur nella lunga durata della sua fortuna, da gravi colpi, l’esilio, il crollo del partito cui s’era aggregato, la morte della figlia, una fine così dolorosa e atroce, non seppe sopportare virilmente nessuna di queste avversità, tranne la morte; ed essa, in chi sapeva ponderar bene le cose, avrà esercitato minore indignazione, perché egli dal nemico vincitore non aveva avuto a soffrire nulla di più crudele di quanto egli stesso sarebbe stato capace di fare, se avesse potuto raggiungere il medesimo successo. Ma se vogliamo controbilanciare i difetti con le virtù, dobbiamo riconoscere che fu uomo magnanimo, alacre, degno di eterno ricordo, e tale che a celebrarne i meriti occorrerebbe l’eloquenza di un altro Cicerone” ⁶.

NOTE

¹ Plutarco (Cicerone, 47, 8)

² Plutarco (Cicerone, 48, 1-5)

³ Cassio Dione (Storia Romana, XLVII, 8, 4)

⁴ Plutarco (Cicerone, 49, 6)

⁵ Plutarco (Cicerone, 49, 5)

⁶ Tito Livio (in Seneca il Vecchio, Suasorie 7, 17)

1 commento su “Morte di Cicerone: 7 dicembre 43 a.C.”

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