Dies Alliensis (18 luglio 390 a.C.)

Nel loro elaborato calendario, i Romani conoscevano la categoria dei dies religiosi, giorni che commemoravano sventure pubbliche e che perciò godevano di cattiva fama, nei quali non si potevano celebrare sacrifici, né celebrare matrimoni o intraprendere nuove attività. In questi giorni maledetti, divenuti oggetto della superstizione popolare perché nella storia si erano rivelati pericolosi, in quanto anniversari di sconfitte, era ritenuto nefasto fare qualunque cosa non fosse strettamente necessaria.

I dies atri erano una sottocategoria dei dies religiosi; in particolare, i dies atri erano i giorni “neri”, successivi alle calende, alle none e alle idi: giorni forieri di sventura, che non erano adatti al culto, a fare la guerra e alle riunioni del popolo.

Il più funesto di questi giorni era appunto il Dies Alliensis, che cadeva il 18 luglio, dies religiosus e ater allo stesso tempo, in cui ricorreva l’anniversario della battaglia del fiume Allia, un piccolo affluente del Tevere, quando nel 390 a.C. l’esercito romano venne vergognosamente sconfitto dai Galli Senoni guidati da Brenno, che poi, a partire dal 20 luglio occuparono e saccheggiarono Roma per mesi.

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La discesa dei Galli Senoni nella penisola era culminata nel 391 con l’attacco agli Etruschi di Chiusi. Stupidamente provocati da tre membri della gens Fabia, i Galli avevano poi diretto la loro attenzione nel 390 a Roma. L’esercito inviato dai Romani a contrastare i Galli era stato frettolosamente raccolto ed era anche inesperto e numericamente inferiore a quello avversario. I Romani affrontarono i Galli a undici miglia da Roma, alla confluenza tra il Tevere e l’Allia, molto vicino a Crustumerium. I tribuni militari non scelsero una buona posizione e – cosa gravissima per ogni comandante romano degno di questo nome – non presero gli auspici né fecero i sacrifici propiziatori.

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Come descritto da Tito Livio, forte della superiorità numerica, Brenno attaccò prima la destra dello schieramento romano, dove su un’altura erano disposte le truppe di riserva, che non riuscirono a difendere la posizione e vennero travolte. Inspiegabilmente, sentito il grido di guerra dei Galli, il resto dell’esercito romano si diede alla fuga in preda al panico senza neppure combattere:

Nessuno fu ucciso in battaglia; la strage avvenne alle spalle, in quell’accozzaglia di uomini che ostacolavano la fuga azzuffandosi tra di loro. Sulla riva del Tevere, dove fuggì tutta l’ala sinistra dopo aver gettato le armi, fu fatta una gran carneficina e molti, inesperti del nuoto o privi di forze, appesantiti dalle corazze e dal resto dell’armatura, furono inghiottiti dai gorghi; la maggior parte, tuttavia, riparò sana e salva a Veio […]. Quelli dell’ala destra, che erano rimasti lontani dal fiume e più sotto il monte, si diressero tutti a Roma e, senza aver neppure chiuso le porte della città, si rifugiarono nella rocca“.

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“Brenno e la sua parte di bottino” (1893), di Paul Jamin, Musée des beaux-arts de La Rochelle

Due giorni dopo, i Galli arrivarono a Roma e, trovando le porte aperte e le mura sguarnite perché i difensori si erano tutti asserragliati sul Campidoglio, si diedero al saccheggio indisturbato della città.

NOTE

¹ Livio (Ab urbe condita, V, 38, 6-10)

(Articolo aggiornato il 17 luglio 2020)

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