Morte di Adriano (10 luglio 138)

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Busto in basalto di Adriano (circa 120 – 130), Altes Museum, Berlino

Il 10 luglio 138 d.C. Publio Elio Adriano, da tempo gravemente malato, moriva a Baia, sulla costa campana. Figlio di Elio Adriano Afro e di Domizia Paolina, era nato il 24 gennaio del 76 a Roma, ed era stato proclamato imperatore l’11 agosto 117, alla morte di Traiano.

Dopo la morte del suo successore designato Lucio Ceionio Commodo Elio Vero Cesare, avvenuta il 1° gennaio 138, Adriano, già malato di idropisia, il 25 febbraio 138 era stato costretto ad adottare Tito Aurelio Boionio Arrio Antonino, cinquantunenne governatore della Provincia d’Asia, suo stretto consigliere, aristocratico rispettoso delle leggi che aveva già rivestito molte magistrature. Adriano gli aveva proposto l’adozione il 24 gennaio ma Antonino si lasciò del tempo per riflettere prima di accettare. Poiché Antonino aveva solo figlie femmine, essendogli già morti prematuramente i maschi, Adriano gli pose come unica condizione che adottasse a sua volta due giovani che avrebbero poi garantito l’ulteriore successione: Marco Annio Vero (il futuro Marco Aurelio), figlio del fratello di sua moglie, e Lucio Vero, di appena sette anni, figlio del defunto Elio Vero Cesare.

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Busto loricato di Adriano, Museo  Archeologico Nazionale di Napoli

Le condizioni di salute di Adriano, che da un paio d’anni soffriva anche di frequenti perdite di sangue dal naso, si aggravavano giorno dopo giorno, provocandogli atroci sofferenze, che lo avevano portato anche a tentare varie volte infruttuosamente il suicidio. Chiedeva che gli venisse portato un veleno o un pugnale col quale uccidersi, ma nessuno obbediva al suo ordine; mancandogli ormai le forze per togliersi la vita da solo, Adriano era arrivato anche a chiedere al suo guardiacaccia – uno schiavo di nome Mastore – di ucciderlo, ma quello era fuggito terrorizzato dalla richiesta. Poco prima di morire, compose i famosi versi:

Animula vagula blandula,

hospes comesque corporis,

quo nunc abibis? In loca

pallidula rigida nudula

nec, ut soles, dabis iocos.

“Piccola anima, smarrita e delicata, ospite e compagna del corpo, verso quali luoghi andrai ora? pallida, intirizzita e nuda, né più come solevi darai svaghi”.

Adriano si era fatto trasportare a Baia dalla sua sontuosa villa di Tivoli, nella speranza che il clima più salubre della costa campana gli portasse giovamento, ma fu tutto inutile. Nonostante le sofferenze, aveva la mente lucida ed era ormai consapevole di dover morire; in questi ultimi giorni scrisse anche una autobiografia, purtroppo perduta, ma che fu utilizzata dagli autori successivi; un papiro ci ha conservato una lettera – forse tratta da quest’opera – scritta da Adriano ad Antonino: “Soprattutto voglio che tu sappia che io mi sto allontanando dalla vita, né a tempo indebito né senza ragione, né in modo commiserevole né insensatamente, sebbene, come ho percepito, io appaia fare del male a te che stai vicino a me malato e che mi consoli e mi sproni“. Da esperto astrologo e cultore di magia, Adriano aveva cercato in ogni modo negli ultimi anni di allontanare il giorno fatale, sacrificando forse a questo scopo anche la vita del suo amato Antinoo, durante un oscuro rito nell’ottobre del 130 in Egitto.

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Busti di Adriano e Antinoo, British Museum,  Londra

Falliti gli ultimi sortilegi ed incantesimi e ormai rassegnato e stanco della vita, Adriano iniziò a trascurare la dieta che gli era stata prescritta dai medici di corte, assumendo cibi e bevande sconvenienti per il suo stato di salute. Nel frattempo, Antonino era giunto a Baia da Roma, dove era stato lasciato da Adriano come reggente. Col suo erede Antonino al capezzale, Adriano morì pronunciando il popolare proverbio: “molti medici hanno ucciso un re“.

Adriano visse sessantadue anni, cinque mesi e diciannove giorni. Tra i presagi che ne preannunciarono la morte, durante il suo ultimo compleanno, la toga praetexta che indossava gli scivolò da sola lasciandogli il capo scoperto; l’anello col sigillo su cui era impressa la sua effigie gli si sfilò da solo dal dito; infine, fece un sogno in cui gli parve di essere ucciso da un leone.

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Testa colossale di Adriano trovata a Sagalassos, in Turchia, Burdur Museum

Fu seppellito in via provvisoria a Pozzuoli, nei terreni della villa che era appartenuta a Cicerone, perché il Senato nutriva per lui una certa avversione. Ci volle tutta la capacità persuasiva e la diplomazia di Antonino – che gli valsero l’appellativo di Pio – per convincere il Senato a tributare ad Adriano gli onori divini. Fu quindi sepolto in un sarcofago di porfido nel suo mausoleo nei pressi del Tevere, di fronte al ponte Elio, mentre in luogo della tomba a Pozzuoli gli fu fatto erigere da Antonino un tempio.

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