Proclamazione di Diocleziano: 20 novembre 284 d.C.

Il 20 novembre del 284 d.C., nei pressi di Nicomedia, Gaio Valerio Diocles, il comandante dei Protectores domestici, la guardia imperiale del defunto imperatore Numeriano, veniva proclamato Augusto dall’esercito, col nome di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano.

Nei primi mesi del 283, l’Augusto Marco Aurelio Caro, approfittando delle difficoltà in cui si trovava il sovrano sasanide Vahram II, che doveva affrontare una rivolta scatenata dal fratello Hormizd, decise di intraprendere una spedizione contro i Persiani. Lasciato il controllo dell’Occidente al figlio Carino, Caro e l’altro figlio, il Cesare Numeriano, entrarono profondamente in territorio persiano e, dopo aver espugnato Coche e Seleucia, conquistarono la capitale Ctesifonte.  Poi, nell’agosto del 283, accadde il disastro: Caro morì improvvisamente. Le fonti non sono concordi nello stabilire le cause della morte dell’Augusto: si parlò di una malattia, di una congiura o addirittura di un fulmine, che avrebbe colpito la tenda di Caro come segno della collera divina, dal momento che l’imperatore aveva violato un oracolo che proibiva agli eserciti romani di spingersi oltre Ctesifonte ¹.

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Ritratto di Numeriano, Museum of Fine Arts, Boston

Comunque sia andata, Numeriano fu proclamato Augusto e pochi mesi dopo, forse turbato dalla morte del padre, decise di interrompere la campagna contro i Persiani. Agli inizi del 284, Numeriano iniziò a ritirarsi dai territori occupati e a tornare verso occidente; trascorse alcuni mesi ad Antiochia con l’esercito e poi riprese la marcia di ritorno verso gli accampamenti sul Danubio. Durante il soggiorno in Persia, Numeriano aveva contratto una grave infezione batterica agli occhi, nota come tracoma, che lo costringeva a viaggiare dentro una lettiga, al riparo dal sole e dagli agenti atmosferici. L’unico contatto che aveva col mondo esterno era con il prefetto del pretorio Arrio Apro, che era anche suo suocero. Durante il tragitto, tra settembre e novembre, anche Numeriano morì, per la malattia o per una congiura di cui Apro non poteva che essere al corrente, ma la notizia della morte fu tenuta nascosta. Fu solo il 20 novembre del 284 che, nei pressi di Nicomedia, insospettiti dal fetore proveniente dalla lettiga, i soldati ne aprirono le tende e fecero la macabra scoperta: l’imperatore Numeriano venne trovato morto nella sua lettiga. Fu impossibile, in quei drammatici momenti, determinare se fosse morto per le conseguenze della malattia o fosse stato assassinato, ma era evidente che il decesso era già avvenuto da parecchi giorni.

Gli ufficiali dello stato maggiore cercarono di capire cosa fosse successo; il prefetto del pretorio Arrio Apro, che aveva vegliato l’imperatore per tutto il tempo, fu subito il principale sospettato perché non aveva avvertito le truppe della morte di Numeriano: ma a quale scopo? E poteva aver fatto tutto da solo? Prima di procedere oltre con l’accertamento della verità, però, come da prassi consolidata in questa epoca storica, gli ufficiali superiori scelsero il nuovo imperatore e lo fecero acclamare dalle truppe.

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Ritratto di Diocleziano, Museo Archeologico di Istanbul

Ad essere acclamato Augusto dai soldati fu Gaio Valerio Diocles il comandante dei Protectores domestici, la guardia dell’imperatore. Solo allora fu eretta una tribuna, di fronte alla quale si schierò l’esercito. Diocles salì sul palco e prese la parola per il suo primo discorso da Augusto; era stato il comandante delle guardie e responsabile della salute dell’imperatore e i soldati volevano prima capire da lui come fosse morto Numeriano e come avesse a non accorgersene. Diocles non si fece sfuggire l’occasione. Sguainò la spada e chiamando a testimone il Sol Invictus, di cui era devoto, professò la sua innocenza. Poi si avvicinò ad Apro, che era al suo fianco e lo trafisse improvvisamente gridando: “questo è l’assassino di Numeriano” ². Apro così non ebbe neppure modo di difendersi e Diocles iniziò il suo regno ventennale, assumendo il nome latino di Gaio Aurelio Valerio Diocleziano. Difficile che anche Diocles non sapesse dell’avvenuta morte di Numeriano; forse era d’accordo con Apro, ma la morte di quest’ultimo impedì ogni possibile accertamento.

Fin qui gli eventi storici, sui quali si innesta una leggenda connessa al significato del nome di Apro (Aper), che in latino significa “cinghiale”, e che spiegherebbe perché Diocleziano abbia voluto uccidere personalmente il prefetto del pretorio come primo cruento atto del suo regno, a parte il motivo di eliminare uno scomodo testimone.

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Ritratto di Diocleziano, collezione privata, U.S.A.

Riportiamo direttamente il brano della Historia Augusta, che narra la leggenda:

Non credo risulti ozioso né banale riportare un aneddoto su Diocleziano Augusto che viene qui a proposito, in quanto l’episodio fu interpretato come un presagio del suo futuro impero (mio nonno disse di averlo appreso direttamente da Diocleziano). Una volta Diocleziano, che allora militava ancora nei ranghi inferiori e si trovava in Gallia nel paese dei Tungri, alloggiato in una locanda, stava facendo i conti del suo vitto quotidiano con una donna che era una druidessa; a un certo punto questa gli disse: «Diocleziano, tu sei troppo avido e spilorcio!», al che egli replicò in tono scherzoso: «quando sarò imperatore, allora sì che darò con larghezza». Si dice che allora la druidessa rispose: «Diocleziano, non scherzare, perché tu sarai davvero imperatore, dopo che avrai ucciso un cinghiale». Diocleziano nutrì sempre in sé l’ambizione di diventare imperatore, e non ne fece mistero né con Massimiano né con mio nonno, al quale aveva riferito egli stesso le parole della druidessa.

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Ritratto di Diocleziano, J. Paul Getty Museum

In conclusione, da persona superiore qual era, rise e non ne parlò più. Nondimeno, durante le cacce, quando aveva l’opportunità, uccideva sempre di sua mano dei cinghiali. E quando arrivarono al potere imperiale Aureliano, e poi Probo, Tacito e lo stesso Caro, Diocleziano diceva: «Io non faccio che ammazzare cinghiali, ma la carne se la mangiano gli altri». È poi noto e risaputo che, dopo aver ucciso il prefetto del pretorio Apro, egli esclamò: «Finalmente ho ucciso il Cinghiale fatidico !». Sempre mio nonno diceva che Diocleziano stesso affermava che l’unico scopo per cui aveva ucciso di sua mano Apro era stato quello di realizzare la profezia della druidessa e di rendere saldo il proprio potere. Non avrebbe desiderato infatti farsi conoscere come uomo tanto crudele, in particolare nei primissimi giorni del suo impero, se la necessità non lo avesse portato a compiere quella spietata uccisione“³.

NOTE

¹ Aurelio Vittore (De Caesaribus, 38, 4)

² Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 13, 2)

³ Historia Augusta (Caro, Carino e Numeriano, 14-15)

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